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Rinascimento e antichi sapori tra le acque della Lomellina

Il nostro itinerario, culturale, naturalistico e gastronomico, cercherà di fornire qualche spunto per leggere nel presente le affascinanti tracce della stratificazione storica in Lomellina, una pianura alluvionale al confine tra Lombardia e Piemonte, in provincia di Pavia.

risaie

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Oggi il territorio è caratterizzato dai lunghi filari di pioppi, dalle rogge e dai canali che delimitano i campi, coltivati soprattutto a riso: le varie fasi della maturazione di questo cereale contribuiscono a modificare il colore del paesaggio, con l’azzurro delle distese d’acqua sui campi in primavera, con il verde delle pianticelle appena nate all’inizio dell’estate, poi con l’oro delle spighe mature e infine con il grigio della nebbia o il bianco della brina invernale. In giornate particolarmente limpide si possono ammirare la chiostra delle Alpi innevate, tra cui spicca il Monte Rosa, e il dolce profilo delle colline dell’Oltrepò pavese; se soffia il vento, le pianticelle di riso si muovono come le onde del mare; la vampa estiva rende immobile il paesaggio e spinge a cercare l’ombra degli alberi.
Un viaggiatore che avesse raggiunto queste zone all’inizio del Medioevo, avrebbe trovato un paesaggio ben diverso: le acque dei fiumi e delle risorgive creavano un ambiente paludoso, del tutto impraticabile, contornato da fitte boscaglie e abitato solo da animali selvatici, più o meno feroci. Solo dagli inizi del secondo millennio il paziente lavoro dei monaci, qui come in gran parte della Pianura Padana, ha cominciato a trasformare il territorio, con opere di disboscamento e di canalizzazione delle acque, che sono continuate anche nei secoli successivi.
E’ però dal Quattrocento che la Lomellina ha raggiunto un notevole sviluppo nell’agricoltura e nell’arte, grazie a Ludovico il Moro, duca di Milano, a Leonardo da Vinci e a Bramante: i segni dello splendore rinascimentale sono ancora oggi molto evidenti nel suo paesaggio agricolo e urbano.

Vigevano: gli splendori della corte degli Sforza

vigevano piazza ducale e duomo

vigevano piazza ducale e duomo

Partiamo dal cuore di questa città, e cioè da Piazza Ducale, vero e proprio gioiello urbanistico che si svela improvvisamente con il suo lungo rettangolo, porticato su tre lati e con la facciata seicentesca del Duomo che completa scenograficamente la prospettiva. Sul lato sinistro si slancia la torre del Bramante, che contribuisce a dare una spinta verticale agli edifici e ai portici.
La piazza, ideata da Donato Bramante, venne fatta costruire, a partire dal 1492, da Ludovico il Moro come anticamera nobile del retrostante castello. Il continuo passeggio, i tavolini delle pasticcerie e delle gelaterie, gli eleganti negozi sotto i portici, gli arredi di altri tempi, suggeriscono ancora l’idea di un ritmo di vita a misura d’uomo, in sintonia con l’equilibrio rinascimentale delle strutture architettoniche.
Il Duomo, di antichissime origini, è citato in un documento del 963; subì varie ricostruzioni, e fu terminato solo nel 1606. L’attuale facciata è dovuta al vescovo Juan Caramuel Lobkovitz e risale al 1680. L’interno è a croce latina, a tre navate su pilastri coronati da capitelli compositi dorati. Sull’incrocio della navata centrale con quella trasversale è voltata la cupola, con copertura in rame, innalzata su un tamburo cilindrico nel 1716. La chiesa, dedicata a sant’Ambrogio, conserva tuttora notevoli opere d’arte. Di grande interesse è anche il Tesoro del Duomo.

Vigevano piazza ducale e torre

Vigevano piazza ducale e torre

Il Castello Sforzesco, situato in posizione leggermente elevata e appoggiato ad uno dei lati lunghi della Piazza Ducale, è inserito nel contesto urbano a tal punto che, pur essendo di dimensioni decisamente ragguardevoli per l’ampiezza, l’altezza e la varietà degli edifici che lo compongono, è visibile, a parte la torre del Bramante, solo a tratti e per scorcio dalle strette vie situate all’esterno della piazza. La mimetizzazione è talmente forte che il passaggio dalla piazza al castello consiste in una scalinata che parte dall’interno del porticato, come se si trattasse del portone di un qualsiasi palazzo.
Il primo nucleo del castello fu costruito, a partire dal 1341, per volere di Luchino Visconti, podestà di Vigevano, con una fortezza posta a guardia della strada per Milano, seguita poi da un altro edificio. Questi due fortilizi furono collegati dalla Strada coperta, un grande ponte fortificato che scavalca il borgo, permettendo rapidi passaggi dal castello alla campagna. Successivamente gli Sforza, grazie anche al contributo artistico di Donato Bramante, diedero al castello i caratteri di grandiosa residenza principesca e lo splendore di una fra le più ricche corti rinascimentali d’Europa. Dal 1492 al 1494, per volere di Ludovico il Moro, fu completata la costruzione delle Scuderie, capaci di contenere quasi mille cavalli, della torre a volumi sovrapposti e degli agili colonnati della Falconiera, adibita all’allevamento ed all’addestramento dei falconi per la caccia. Nella parte posteriore fu aggiunta un’ala residenziale riservata alla duchessa Beatrice d’Este e fu costruita l’elegante Loggia delle Dame.

Volendo concludere il breve excursus sulle bellezze artistiche di Vigevano, merita una citazione la chiesa di San Dionigi.
Oltre alla sua bellezza architettonica, data dal contrasto tra le forme barocche e il cotto della facciata, S. Dionigi conserva al suo interno preziose opere d’arte, tra cui lo splendido “Compianto” ligneo, opera di un tagliatore del ‘500, e la Pala del Cerano, del ‘600.
La storia più recente di Vigevano è stata caratterizzata dal boom economico a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Lo scrittore Lucio Mastronardi, con la sua trilogia “Il maestro di Vigevano”; “Il calzolaio di Vigevano”; “Il meridionale di Vigevano”, ci ha offerto un efficace ritratto della città, rappresentando gli stravolgimenti socio- economici indotti dal repentino e caotico sviluppo dell’industria calzaturiera.

Le campagne della Lomellina tra passato e presente

Buona parte della storia della Lomellina in epoca alto medievale è riassunta da Lomello.
Antico centro fondato dai Celti, raggiunse notevole prosperità in epoca romana e longobarda, tanto che, secondo la leggenda, nel 590 ospitò le nozze tra la regina Teodolinda e il duca Agilulfo.
Oggi il visitatore pensa di essere giunto in uno dei tanti paesi della Lomellina, caratterizzati dai bassi edifici che costeggiano le vie, ma, improvvisamente, dopo, un dedalo di viuzze, appare in una piazza l’insieme delle linee e dei volumi della parte absidale e del battistero del complesso monumentale di Santa Maria Maggiore. La basilica risale al primo periodo romanico lombardo (XI secolo), e con l’annesso battistero di San Giovanni in fontes (.V- VII secolo) affascina per il colore caldo del cotto, per i volumi imponenti che si armonizzano a vicenda, per il brillante verde delle chiome di un maestoso albero. Girando intorno all’edificio, ci si trova poi di fronte alla facciata parzialmente crollata e alle prime due campate senza il tetto. La leggenda racconta che la costruzione fu distrutta dal maligno e da lui stesso ricostruita in una sola notte, ma il sorgere del sole gli impedì di completare il lavoro.

lomello santa maria maggiore

lomello santa maria maggiore

Dopo la caduta dell’impero romano, Pavia fu la capitale del Regno Longobardo, e la Lomellina fu un ducato ad esso soggetto. Dopo il Mille, il suo territorio fu diviso in numerosi feudi, e questo spiega la necessità di costruire castelli, che sono tuttora il nucleo intorno a cui si sono sviluppati i centri abitati. Molti di loro sono privati, e quindi non visitabili, ma in particolare meritano di essere citati il castello di Scaldasole, con un impianto organico e maestoso, e quello di Sartirana, con una torre circolare e un bellissimo cortile decorato in cotto.
Dal Trecento iniziò l’appartenenza della Lomellina al ducato di Milano, dapprima sotto la signoria dei Visconti, poi sotto il dominio degli Sforza, che, come abbiamo già detto, ne favorirono lo sviluppo agricolo. Le cascine della Lomellina, tutte di grandi dimensioni, erano strutture di produzione agricola autosufficienti, dotate di tutti i servizi necessari e circondate dai campi e dalle risaie. La forma a corte chiusa, quadrilatera, aveva un ampio spazio interno, occupato dall’aia, e intorno, si affacciavano, su tre lati, le stalle per le mucche da latte e gli animali da lavoro, i granai, i fienili, nonché le abitazioni dei salariati che lavoravano la terra per il padrone. Il quarto lato, più imponente, era occupato dall’abitazione del proprietario o del fittabile, che era il conduttore dell’azienda. Nel complesso della cascina era presente anche la piccola chiesa. Oggi, naturalmente, la meccanizzazione e la diversa organizzazione del lavoro agricolo hanno completamente trasformato il ruolo delle cascine. Alcune sono state abbandonate e se ne vedono ancora i resti diroccati e scoperchiati, altre si sono conservate in tutta la loro magnificenza, come la Cascina Marza di Zeme.

cascina marza zeme1

cascina marza zeme

cascina marza zeme

cascina marza zeme

Un discorso a parte merita la Sforzesca, che sorge nelle immediate vicinanze di Vigevano, su di un alto terrazzo naturale che sovrasta la valle del Ticino. Residenza di caccia ed azienda agricola, voluto da Ludovico il Moro nel 1486, il complesso è circondato da una distesa di campagne coltivate, canali d’irrigazione e mulini ad acqua progettati niente meno che da Leonardo da Vinci, ospite della tenuta alla fine del Quattrocento.
Purtroppo oggi gli edifici della Sforzesca appaiono decisamente deteriorati e la magnificenza dell’idea si perde in un degrado non ancora pittoresco, in attesa o di fondi per i restauri o che il tempo faccia definitivamente il proprio corso.
Durante la lunga collaborazione con i duchi di Milano, Leonardo intervenne anche su due mulini, che si trovano alla periferia di Vigevano.
Il mulino di Mora bassa è stato recuperato ed è sede permanente di una mostra di macchine funzionanti, direttamente ricostruite sulla base dei codici leonardeschi.
Si sussurra che il mulino, donato da Ludovico il Moro alla moglie Beatrice d’Este in occasione delle nozze, fosse in realtà il luogo in cui il duca incontrava l’amante, Cecilia Gallerani, la famosa “Dama dell’ermellino” ritratta da Leonardo.
Il mulino di Mora alta, oggi proprietà privata, contiene due macine ancora funzionanti, una delle quali porta scolpito nella pietra il nome di Leonardo.

Verso il futuro: la tutela del patrimonio naturale

Per salvaguardare l’ambiente naturale dai rischi di uno sviluppo involutivo, nel 1974 è stato creato il Parco del Ticino.
Lungo le rive del fiume si trovano zone umide, formate dalle lanche e ricche di salici e pioppi, e zone secche, con resti della foresta che nel Medioevo copriva la zona, con olmi e aceri. La fauna è ricca di mammiferi, come le volpi, i tassi, le lepri, i daini, i cinghiali; di pesci e di anfibi; di volatili stanziali, come i fagiani, le folaghe, gli aironi cinerini, i picchi e i cuculi; di migratori, come le garzette, gli aironi rossi, le anatre, i nibbi.
Fin dal Medioevo, il luogo in cui si insediano in gruppo gli aironi di una sola o più specie, per costruire i loro nidi e riprodursi, viene detto “garzaia”; il nome deriverebbe dal termine dialettale “sgarza”: airone. In genere le garzaie si trovano in luoghi con vegetazione palustre, in presenza di alberi, e non lontano da corsi d’acqua o risaie dove gli uccelli possono trovare cibo. Le diverse specie presenti nelle garzaie nidificano comunitariamente tra i rami, senza disturbo reciproco, riunendosi a volte in gruppi di centinaia di coppie intente in corteggiamenti nuziali o in frenetiche ricerche di cibo per i piccoli. In Lomellina esistono quindici garzaie protette e tutelate, che costituiscono un ambiente veramente unico, di rara bellezza.

Alla scoperta di due garzaie

La Garzaia di Sant’Alessandro, tra quelle presenti in Lomellina, è la più estesa. Situata nel comune di Zeme, è composta da due nuclei di bosco umido che fanno da contorno all’omonima cascina a corte chiusa. All’interno delle aree naturali si possono ammirare ambienti diversi: l’ontaneto, il bosco misto, i fontanili e i complessi sistemi di rogge e canali creati per convogliare le acque verso le aree agricole. Di grande interesse è la zona di garzaia vera e propria dove sulle alte chiome degli ontani ogni anno nidificano centinaia di coppie di garzetta, nitticora e airone cenerino. Questi ultimi, essendo ormai stanziali, iniziano la nidificazione già alla fine di febbraio consentendo di osservare molto bene i loro movimenti fra i rami ancora spogli.
La Garzaia di Celpenchio ospita una delle colonie di aironi tra le più belle d’Europa e presenta il caratteristico ambiente paludoso tipico dell’antica foresta che un tempo ricopriva la Pianura Padana. Situata nei comuni di Cozzo e Rosasco, Celpenchio ospita tutte le specie di aironi italiani: airone cenerino, nitticora, garzetta, sgarza ciuffetto, airone guardabuoi, la più numerosa colonia di airone rosso in Italia e da poco anche nidi di airone bianco maggiore. La maggior parte dei nidificanti sono migratori, per cui la visita è consigliata dalla metà di aprile.

garzaia s.alessandro

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Approfondimenti

Ludovico il Moro, un duca chiacchierato
Se diamo fede al suo contemporaneo Guicciardini, Ludovico Sforza, detto il Moro, nato nel castello di Vigevano nel 1452, era molto intelligente, ma, spinto da una megalomane ambizione, alla fine produsse la rovina dell’Italia, vanificando la sagace politica di equilibrio perseguita da Lorenzo il Magnifico.
Come del resto gli altri principi del tempo, il Moro fu sicuramente un grandissimo mecenate e si circondò di grandi artisti come Leonardo e Bramante, facendo di Milano una delle più belle e ricche corti d’Italia, ma il giudizio sul suo operato complessivo resta aperto.
L’ambizione lo portò cercare di diventare in tutti i modi duca di Milano, sebbene il titolo non gli toccasse; lo spinse ad eliminare l’ostacolo al suo disegno, cioè il legittimo erede Gian Galeazzo; lo indusse a chiamare il re di Francia, Carlo VIII, per sostenere i suoi progetti. I suoi sogni politici però si infransero quando, nel 1499, il nuovo re di Francia, Luigi XII, conquistò il ducato di Milano, prendendo prigioniero Ludovico il Moro, che morì a Loches nel 1508.

castello vigevano

castello vigevano

Museo della calzatura “Pietro Bertolini”
Il Museo della Calzatura si trova all’interno del Castello di Vigevano. Gli ampi e suggestivi spazi e gli allestimenti ricavati nei piani superiori delle scuderie ducali, valorizzano al meglio la peculiarità ed unicità di tale collezione, che, con un curioso excursus storico, espone persino una pianella d’epoca rinascimentale, che si ritiene essere appartenuta a Beatrice d’Este. La “Sala delle meraviglie” accoglie il visitatore con l’incredibile cappello-scarpa disegnato da Salvador Dalì per la moglie Gala e realizzato da Elsa Schiaparelli. Non manca una sezione relativa ai più famosi stilisti contemporanei. L’ingresso è gratuito.

Come si coltivava il riso
Frumento, mais e orzo sono stati per secoli le principali coltivazioni, ma ora la Lomellina è il regno del riso. Oggi, il faticoso ciclo del lavoro in risaia, basato sul trapianto e sulla pulizia delle piantine ad opere delle mondine, è solo un ricordo: fertilizzanti, diserbanti e mezzi meccanici hanno, nel bene e nel male, cambiato i sistemi di produzione.
Visto che siamo sulle tracce del passato, cerchiamo di ricostruire le tappe della coltivazione del riso.
Si cominciava con la concimazione: venivano scaricati sui campi dei carichi di concime e le donne erano incaricate di spargerlo sul terreno. Si procedeva con l’aratura, che andava completata con la zappatura, in genere effettuata dalle donne. Poi si immetteva l’acqua e il terreno veniva livellato. Nei mesi di marzo e aprile si procedeva alla semina, mentre tra maggio e giugno avvenivano la monda e il trapianto, durante i quali le mondine spesso cantavano: uno dei loro canti tradizionali, “Bella ciao”, è diventato poi un famoso canto partigiano.
Seguiva la fase della mietitura, che avveniva con squadre in fila: i mietitori con una mano tagliavano le spighe e con l’altra le afferravano, e poi le deponevano e le legavano insieme. Il lavoro era faticoso e anche pericoloso, avendo come strumento delle falci affilate.
Fino all’Ottocento sulle messi essiccate al sole veniva effettuata la tresca: gli animali da tiro passavano sul raccolto, che successivamente veniva battuto, ma poi si diffuse la trebbiatura con macchine a vapore.
Il risone così ottenuto andava pulito: si spargeva nell’aia per l’ultima essiccatura e infine si raccoglieva, separandolo dalla paglia con una scopa a trama larga.

L’oca, il salame d’oca e altri insaccati
Le oche, racconta la tradizione, sono una risorsa preziosa delle fattorie e dei contadini della Lomellina fin dal Medioevo: sono un buon investimento, non hanno grosse pretese alimentari e si procurano da sole il cibo, con il pascolo, o razzolando tra gli scarti di cucina. In compenso dell’oca, come del maiale, non si butta via niente, e già dopo cinque mesi è pronta per la macellazione con la massima resa in carne magra.
Le massaie usavano le piume per imbottire cuscini e materassi, e cucinavano la carne come pietanza della domenica. Tagliata in quarti, la carne dell’oca veniva conservata sotto grasso in grossi recipienti di terracotta chiamati olle, che venivano usati anche per il maiale. Si cominciò poi a riservare alla carne d’oca lo stesso trattamento riservato alla carne di maiale, e a preparare insaccati.
Tra gli ispiratori del salame d’oca ci furono le comunità ebraiche, diffuse in Lomellina, che commissionarono ai salumieri della zona salami e ciccioli d’oca, in omaggio ai dettami della cucina kasher, che non ammette il consumo della carne di maiale. Le cronache locali citano il salame d’oca a partire dal 1780.
Esistono oggi sul mercato tre tipi di salami, caratteristici della zona: il salame d’oca di Mortara, composto di una parte di carne d’oca e di due parti di carne di suino, proposto al consumo dopo la cottura; il salame d’oca di Mortara “Ecumenico”, preparato esclusivamente con carne d’oca, e quindi in regola con la tradizione ebraica e musulmana, e derivante dal disossamento del petto del palmipede e stagionato per almeno sessanta giorni; il salam d’la duja, il tipico salame di maiale conservato sotto strutto nelle olle o “duje”, caratteristici recipienti in terracotta dall’imboccatura ristretta.

Fattore amico: la rete di aziende agricole in Italia e in Europa che ospitano gratuitamente per una notte i camper. Per accedere al circuito bisogna essere soci di Fattore Amico. Tutte le informazioni le trovate su Fattore Amico

Fattore in Lomellina
Azienda Agricola- Avicola “L’oca di S.Albino”, Via A. Canova 11, Frazione Casoni di S. Albino – Mortara (PV), tel. 038490138 (ore pasti): allevamento all’aperto e con metodi tradizionali di oche, anatre, faraone, polli e capponi alimentati con mais e granaglie. Vendita di carni e insaccati.

Ad essa collegata, l’Azienda agrituristica “La Gambarina” offre cucina tipica lomellina e antiche ricette con l’oca, carni avicole, insaccati d’oca e di maiale di produzione propria, lavorati in modo artigianale secondo le antiche usanze locali.

Testo di Roberto Poli
Foto di Gabriella Moscardini

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