Arabba alla luce della mancata apertura della stagione dello sci

Con il permanere della chiusura degli impianti da sci, il consorzio turistico nel cuore delle Dolomiti traccia un primo bilancio economico di cosa ha significato questa ulteriore falsa partenza.

Nel generale disappunto che unisce tutti gli operatori della montagna italiana per la decisione governativa di non consentire l’apertura degli impianti di risalita, il comprensorio di Arabba e di tutta la valle di Fodom vuole esprimere il proprio punto di vista con un giudizio di merito basato su dati concreti.

La decisione di rinvio dell’apertura di domenica scorsa è stata la quinta negli ultimi tre mesi (dopo quella al 3 dicembre, poi al 7 gennaio, quindi al 18 gennaio e al 15 febbraio e ora la proroga al 5 marzo) che hanno costantemente creato aspettative tra gli addetti della montagna e che sono state puntualmente disattese.

 

Nella valle di Fodom, di cui Arabba rappresenta il centro turistico più noto perché villaggio di transito del noto tour Sellaronda, risiedono 1300 abitanti pari a 563 nuclei familiari che per la maggior parte vivono di turismo e del suo indotto. L’attività economica durante l’inverno richiama da fuori provincia un piccolo esercito di operatori: durante i mesi invernali il comparto impiantistico assume 250 addetti a contratto e quello ricettivo, commerciale e dei servizi turistici supera abbondantemente le 630 unità.

E a ricordare il valore dell’indotto nell’ecosistema dello sci ci pensano i dati di fatturato dell’area di Arabba: nell’anno solare 2019 il fatturato è stato di 29 milioni di Euro, scesi a 23 nell’esercizio scorso, con un calo di presenze del 30%, valori che non comprendono il giro d’affari del comparto impiantistico.

E con gli impianti chiusi, tutta la filiera ne risente: le prenotazioni pervenute nei giorni scorsi si sono trasformate in disdette per ogni categoria coinvolta, da noleggi alle scuole sci (ad Arabba gravitano circa 40 Maestri di Sci), taxi, bar, ristoranti ecc.

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