Trieste e il Carso: terra di confini da scoprire in un itinerario fuori dai “luoghi comuni” nell’estremo lembo dell’Italia nord-orientale.
Trieste e il Coarso
Sono luoghi dall’apparenza normale, Trieste e l’Altopiano Carsico, ma basta viverli qualche giorno per scoprire il loro essere così diversi dal resto dell’Italia.
Qui si viene la prima volta per vedere, e subito si innesta il desiderio di comprendere, di entrare in relazione con le persone per capire il loro punto di vista sulla città, sul Carso, sulla storia di queste terre un po’ di qua e un po’ di là. Perché questo vuol dire confine. Anzi, a volte di qua, a volte di là. E non sempre al posto giusto.
Sono estremamente aperti, i triestini, gente di mare, di porto, di Mitteleuropa e di grandi scambi. Sono schivi i carsolini, e non si comprende la lingua che parlano tra di loro: è lo sloveno, la lingua madre dei paesi del Carso triestino.
In questa terra di confine e di confini, il viaggio si fa complesso. C’è da capire, prima di vedere. In questo estremo lembo d’Italia ci si immerge nella storia, così profondamente legata, nei secoli, alla particolare morfologia del terreno e a quel vento, la Bora, che pulisce gli animi, riempie la testa e sembra aver forgiato i caratteri della gente.
Non si torna mai davvero a casa da Trieste, un pezzo di noi resta in questa terra di confine e spinge per ritornare. E così questo itinerario esce dai luoghi comuni e prova ad andare alla scoperta dei perché.
Trieste dall’alto: un itinerario tra il Carso e la città
C’è una Trieste fatta di caffè eleganti, di piazze che sembrano salotti, di mare e di Bora. Viene da fermarsi ad ammirare la maestosità della parte bassa della città, incrocio di popoli e di culture, sbocco sul mare dell’Impero Asburgico, italiana nel cuore delle persone, ma dall’apparenza squisitamente mitteleuropea.
E poi c’è la parte alta della città, il nucleo più antico e caratteristico, dove la roccia bianca del Carso emerge dal terreno e costituisce l’elemento dominante. Perché se non si è mai stati a Trieste non si riesce a immaginare com’è. Una città in salita, che dal mare si arrampica fino quasi sull’altipiano che la avvolge e la caratterizza.
Lasciamo ai turisti di passaggio Piazza Unità d’Italia, il Molo Audace e il salotto buono della città e iniziamo la nostra esplorazione della Trieste fuori “dai luoghi comuni”, partendo dal Museo della Bora.
Il Museo della Bora
Dopo esservi un po’ arrampicati verso la Trieste “alta”, vi troverete a suonare al campanello di un palazzo dall’aspetto anonimo, al cui pianterreno si trova il Museo della Bora. Entrerete e sarà come tornare un po’ bambini. Vi consiglio di lasciarvi andare alla scoperta di questo vento, che non si può toccare né vedere e che lascia e ha lasciato nel tempo impronte evidenti in giro per la città. Per me è stata una scoperta meravigliosa. All’inizio gli oggetti sembrano affastellati gli uni sugli altri ma pian piano si scopre che ogni cosa è al posto giusto e che c’è un perché per tutto, in quel piccolissimo museo.
Lo amerete, amerete tornare per un’ora bambini, amerete scoprire, provare, sperimentare fino a che la Bora l’avrete vista e sentita. La vedrete materializzarsi tra le mani dei bambini che produrranno in pochi passaggi una girandola da portare a casa insieme al ricordo indelebile di un luogo dove qualcosa di immateriale diventa estremamente concreto.
Posso darvi un consiglio senza svelarvi però troppo? Prima di partire da casa, mettete in un barattolo un po’ d’aria della vostra terra e portatela all’Uomo della Bora: contribuirete così, anche voi, all’arricchimento del Magazzino dei Venti!

San Giusto e il nucleo antico della città
Dal Museo della Bora, continuate a salire puntando in direzione del colle di San Giusto. Qui troverete il nucleo più antico della città, con la Cattedrale e il Castello. C’è spazio per parcheggiare, ma salire col camper fin quassù non è comodissimo. Meglio una passeggiata!
Vi si aprirà davanti un panorama mozzafiato: davanti il mare, dietro il Carso. Per me arrivare quassù è stato come un déjà vu. La mia mente ha collegato questa collina alla Kalemegdan (fortezza della battaglia, in serbo) di Belgrado, da cui, anziché il mare, si vede la confluenza tra Danubio e Sava. Chissà a voi cosa ricorderà!
Vale la pena dedicare una mezza giornata a quest’area, per entrare nella Cattedrale, perdersi tra i resti dell’antico foro romano e visitare il Castello.
Il Castello di San Giusto è stato una grossa e piacevole sorpresa. Pensavo di trovare un luogo da godere solo in esterna, dove poter fare un giro delle mura triangolari, ammirare il panorama, fermarmi magari a bere qualcosa. Invece, i tre lati della fortificazione si percorrono con lentezza, perché viene naturale osservare la città dall’alto e il Carso dal basso, cambiare angolazione per fare foto, ravvisare in lontananza i vari punti d’interesse.
Potrebbe essere tutto finito, invece ci sono i bastioni e la Casa del Capitano, che ospitano il Lapidario Tergestiano, il percorso espositivo del Civico Museo del Castello di San Giusto-Armeria (una manna per i bambini!), la Cappella di San Giorgio, la Sala Caprin. Serve tempo per ammirare le sale, vedere i reperti, leggere i pannelli, entrare dentro la storia antica della città. Qui si avverte proprio la sua antichità, che per me è quasi inaspettata. Nel mio immaginario Trieste è Austroungarica.
Senz’altro la città ha avuto il suo sviluppo maggiore nel periodo in cui era sbocco sul mare e porto dell’Impero Asburgico, però sul colle di San Giusto e in particolare visitando i musei del Castello potrete scoprire come questa città esisteva ed era fiorente ben prima e vi renderete conto del suo essere profondamente e normalmente italiana.
Il faro della Vittoria
Restando in tema di italianità e di altura, il nostro itinerario si sposta al Faro della Vittoria, Monumento Nazionale. Ovunque troverete questo sottotitolo. Monumento Nazionale. Sorge sul Poggio di Gretta (dall’altro capo della città, rispetto a San Giusto) e non è solo un faro, bensì il simbolo dell’italianità di Trieste, inaugurato nel 1927 da re Vittorio Emanuele III.
È bello arrivarci, ma ancor più emozionante è salire fino alla base della statua della Vittoria Alata. Tra scale e ascensore, scegliete le prime. Godrete, salendo (e scendendo!) del cambio di visuale ma, soprattutto, ammirerete un’architettura niente affatto banale. Lo immaginavo grezzo, io, l’interno di un faro. Invece dentro questo monumento la sensazione è quella di essere in una nave, con le finestre a oblò e il bianco accecante dell’intonaco alle pareti, dove all’inizio della salita si trovano anche i progetti della costruzione.
Alla base della colonna, non scordatevi di ammirare l’ancora della Audace. La prima nave della Marina Italiana a entrare nel Porto di Trieste, nel 1918, la nave che ha riportato la città all’Italia. Ecco perché il principale molo della città, proseguimento della Piazza Unità d’Italia, si chiama proprio Audace!
Il Carso: l’altipiano che avvolge Trieste
È ora di lasciare la città e di procedere verso l’Altopiano del Carso. Prendete subito la “Strada alta”, altrimenti dovrete arrivare fino a Sistiana prima di poter risalire!
I borghi del Carso hanno tutti una loro storia ed è interessante notare (basta guardare i cartelli e le iscrizioni) come l’italianità di Trieste si perda sull’altopiano. I carsolini parlano sloveno (del resto, il confine è a pochi chilometri) e c’è un forte senso di appartenenza alla minoranza linguistica. Se avete voglia di accompagnare il vostro viaggio con una lettura a tema, vi consiglio di portare con voi La veglia di Ljuba di Angelo Floramo.
Sono particolari, i borghi del Carso. Da una parte guardano il mare, dall’altra le coltivazioni che nascono sul terreno quasi roccioso. Sono angusti, ogni minimo spazio è sfruttato per occupare piccole aree e lasciare il resto alle coltivazioni.
È terra di vini ad alto tasso alcolico, da gustare, se non si ha fretta di ripartire, in una delle tante osmize che si riconoscono anche lungo la strada, contraddistinte da una frasca sul cancello che porta verso l’interno delle proprietà. Qui il vino viene servito in brocche e accompagnato da salumi a chilometro zero, a volte anche metro!
La Grotta Gigante, la più grande e “ariosa” del mondo
Sul Carso si trova la Grotta Gigante (in località Grotta Gigante, difficile sbagliarsi!), che dal 1995 è inserita nel Guinnes dei Primati per ospitare la sala naturale più grande al mondo: un singolo vano alto circa 114 metri, lungo 280 e largo 76. Guinnes o meno, i vostri occhi strabilieranno, entrando in quest’immensa cavità dove, operazione comune a tutte le grotte, potrete immaginarvi animali fantastici realizzati nel corso dei millenni dal fenomeno del carsismo. Il percorso viene fatto in gruppo insieme a uno speleologo, per cui ogni meraviglia avrà un nome e una spiegazione. Doppio wow, ma c’è di più: è talmente ampia che non vi sembrerà nemmeno di stare in una grotta.

Il sentiero Rilke, tra natura e storia sulle tracce del poeta
Dalla Grotta Gigante, seguite in direzione di Sistiana. Qui, proprio davanti all’ingresso del Camping Village Mare Pineta, inizia il Sentiero Rilke, che arriva fino al Castello di Duino. Inizia come un sentiero tipicamente mediterraneo, ma dopo qualche centinaio di metri la parte carsica emerge. Non avrete più la terra sotto i piedi, bensì la roccia, più o meno acciottolata. E così per alcuni tratti, sempre mantenendo la visuale dal Golfo di Trieste alla Laguna di Grado.
Anche lungo il sentiero amato dal poeta austriaco cui è stato dedicato, la geologia si incontrerà con la storia: troverete infatti dei pannelli esplicativi a raccontarvi che quelle scalette che scendono verso la costa altro non sono che avvistamenti risalenti alla Prima Guerra Mondiale.
Il confine dentro la città
È una città aperta, Trieste: vuoi per la Bora che spazza ogni cosa, per il suo grande porto, per il suo essere una città dove convivono popoli diversi. Trieste ha accolto, nel corso della sua storia. Eppure, è l’unica città d’Italia a essere divisa, ad avere un muro. Uomini da una parte, donne e bambini dall’altra.
È così dal 1903, quando fu aperto in città il Bagno Lanterna (stabilimento balneare comunale), detto anche Pedocin, perché vi andavano i soldati austriaci a fare il bagno e a togliersi i pedocin (pidocchi, in dialetto).
Inizialmente la spiaggia era divisa esattamente a metà, poi nel 1959 il muro fu spostato per dare più spazio all’area femminile, più frequentata, essendoci anche i bambini. Ogni tanto qualcuno propone l’abbattimento di quel muro, ma puntualmente triestini e triestine dicono no. Per poter tornare a casa più in armonia, al mare le mogli vogliono andare separate dai mariti. E viceversa. A Trieste, dunque, quel muro vuol dire libertà: di spogliarsi senza occhi indiscreti, di poter chiacchierare, di amarsi, dopo, più di prima. E considerando la quantità di discussioni che si hanno in spiaggia, forse ci vorrebbe un Pedocin in ogni città di mare!

L’evento
Nel Golfo di Trieste si svolge da più di 50 anni una storica regata velica, la Barcolana. Si tratta di uno spettacolo unico al mondo, mix di competizione agonistica e festa della vela, che si svolge ogni anno la seconda domenica di ottobre.
Soste camper
Testo di Silvia Ceriegi


